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Emanuele Seretti

Khayyâm, il poeta che amava la vita e ovunque vedeva la morte.

6 anni ago written by
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I fatti storici che ci troviamo, tristemente, a vivere ci conducono il più delle volte a generalizzare e a fraintendere i mondi, come quello detto “del Vicino Oriente”, che si sono legati al nostro, non sempre con felici risultati. Ma anche il solo, purissimo interesse può spingerci a scoprire mille differenti volti di un solo corpo. Cominciare, quindi, da un elemento sodalizzante come la poesia può condurre a un’analisi più attenta del mondo islamico e in particolare degli uomini che lo abitarono e lo resero giustamente celebre.

Omar Khayyâm, poeta persiano vissuto nell’XI secolo dell’era cristiana, fu, assieme a Mohammad Shirāzi, uno degli autori più rappresentativi della cultura iraniana, similissimo, per temi e abilità versificatoria, ai poeti del nostro mondo classico.

Mellifluo come Anacreonte nei versi dedicati al Vino (che Khayyâm chiama “âyat“, al contempo “prodigio” e “versetto coranico”); sferzante come Ipponatte nelle quartine scagliate contro gli ipocriti ‘ulam’ā, i dottori in scienza religiosa che lo ammoniscono ricordandogli la sua destinazione all’Inferno per i peccati della crapula; Khayyâm ricorda soprattutto il nostro Orazio, che nelle sue opere seppe coniugare il gusto giambico a quello più melancolicamente elegiaco.

La prima caratteristica che colpisce il lettore è la duplicità e la specularità delle affermazioni poetiche: Omar Khayyâm fu anch’egli dottore di scienze religiose, ma fu anche falsafî, pensatore di educazione ellenica; i suoi più stretti conoscitori, come l’erudito Nezâmî Arûzî, lo definiscono imâm, sottolineandone le doti pie, ma Omar, nelle sue quartine, apostrofa Dio dandogli dell’ubriacone; ma, soprattutto, i suoi versi, pieni di inni al piacere e alla Bellezza, si accompagnano a un senso profondissimo della Morte.

In Khayyâm tutto è riflesso della morte, di ciò che prima ha goduto della vita e ora è polvere convertita in argilla, come nella splendida quartina 16 dell’edizione Bausani, dove il vaso da cui si abbevera un servo è fatto della polvere degli occhi di un re, e la coppa di vino da cui beve un ebbro è fatta del viso di un ebbro e del labbro di una vergine. Se il “superbo Sultano”, altro tipo di Khayyâm, è degradato ad abbeveratoio di un umile, il viso rubicondo di un ubriaco è legato a quello di un altro ubriaco, stretti in una bevuta di vino senza tempo, uniti dallo stesso licore rosso che ha il colore del sangue e della vita, e dal vergineo piacere di una fanciulla morta anzitempo, la cui bellezza inviolabile, come nel capolavoro di Kawabata, basta a scaldare il cuore degli uomini.

Ecco: il vino. L’invito, quasi ossessivo, a godere del vino non è solamente un carpe diem banale, ma significa considerare pienamente  la condizione umana, la condizione di incertezza continua dove regna, sola, la morte: sulla terra che, nel suo seno, contiene quelle “preziose perle” (quartina 12) che sono i cadaveri, nulla è certo; i Saggi che vogliono costruire continui saperi sono invisi alla Volta celeste e la loro scienza è desinata a rivelarsi inane (“che importa ti mangino i vermi sotterra, o su aperta terra il lupo?”, quartina 26). E se la conoscenza, in un mondo in cui Dio agisce senza senno, non ha consistenza; dove l’unica possibilità di vita spirituale è quella della congiunzione con il corpo, su questa terra; dove nulla di metafisico può essere detto; ubriacarsi è il riflesso della completa “sospensione di giudizio” che ci affligge:

Poi che verità e certezza supreme non possediamo mai/ Non si può passare la vita in speranze dubbiose./ Guardiamoci dal deporre un istante la coppa del Vino:/ Ignari di tutto qual siamo, che importa esser sobri o ubriachi?” (quartina 28).

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storie e poesie
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