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Emanuele Seretti

Protrettico alla storia

6 anni ago written by
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“È evidente che mestiere del poeta non è raccontare cose che sono accadute, ma cose che possono accadere, che sono possibili secondo verosimiglianza e necessità. Lo storico e il poeta non si distinguono per il genere di scrittura, in prosa o in versi (ché si potrebbe mettere Erodoto in versi e nondimeno quella, in versi o non in versi, sarebbe storia), ma in questo sta la differenza: allo storico spetta di narrare cose accadute, al poeta cose che possono accadere. Perciò la poesia è più filosofica e più seria della storia: la poesia tratta piuttosto di cose generali, mentre la storia tratta piuttosto di particolari.”

Questo il celebre ragionamento, contenuto nella Poetica (1451 a 36-1451 b 8), per mezzo del quale Aristotele sottolinea, come si è letto, la vicinanza della poesia alla filosofia, a scapito della storia: la poesia si colloca su un piano “verisimile” (“κατὰ τὸ εἰκός“), e dunque a mezz’aria fra la realtà umana e quella puramente intellettuale, e “necessario” (“τὸ ἀναγκαῖον“), cioè ordinato dal Logos, pensiero razionale e logico, e dunque filosofico, ma anche discorso organizzato secondo i crismi dell’arte retorica, e quindi poetico. Ma la questione può riassumersi in questi termini?

Nel Liceo, certamente, un interesse per la storia si è manifestato: si pensi solamente alla ricerca di materiali per la composizione di quest’opera, la Poetica, per la quale Aristotele e i suoi allievi stilarono un elenco fornitissimo, e ancor oggi quasi unica fonte, delle commedie messe in scena ad Atene. Questo è definibile un lavoro “storico”, se non altro per la ricerca (ἱστορία, in greco) che lo ha prodotto.

I Greci, poi, sentivano molto la vicinanza tra storia e poesia: come la poesia arcaica si era sviluppata in forma ciclica (esisteva un “ciclo troiano”, al quale appartengono Iliade e Odissea, un “ciclo tebano”, dal quale trassero corpo poi, in parte mutate, le tragedie di Sofocle ecc.) e a un poema ne seguiva un altro, come a un canto seguiva il successivo, collegato da un filo cronologico ordinato, così la storia era organizzata “ciclicamente”. Erodoto pose le basi, risalendo ai famosi “rapimenti” che fuorono causa delle inimicizie, sfociate poi nelle guerre greco-persiano, tra Elleni e barbari. Ma la sua opera, conclusa con la presa di Sesto, nell’Ellesponto, non precluse la nostra conoscenza della storia greca immediatamente successiva, giacché il (forse più grande) storico ateniese, Tucidide, riprese a narrare, anni dopo, la storia greca partendo proprio dalla presa di Sesto (la “pentecontaetia”, il cinquantennio di storia (479-431 a.C.) che precede il vero e proprio argomento dell’opera tucididea: la guerra del Peloponneso). E dove termina Tucidide, “attacca” Senofonte, compagno politico dello storico, seguace filosofico di Socrate e uomo politico, e con lui Teopompo, altro storico al centro di dibattito. Questo è solo il più celebre ciclo (περίοδος), al quale si affianca, uno per tutti, quello iniziato dalla Storia universale di Eforo di Cuma.

Che dunque uno storico greco considerasse la propria opera in parallelo con quella poetica di Omero e degli altri epici appare chiaro.

Che Omero fosse uno storico e Tucidide scrivesse poesia non è decoroso affermarlo, se non altro perché nessuno dei due poteva vantare come scopo principe uno diverso da quello che caratterizza la propria opera, sebbene Omero fosse anche depositario di un sapere storico proprio dell’ “enciclopedia tribale” e Tucidide scrivesse in un greco estremamente elegante. Tuttavia due dei caratteri propri della poetica greca, e in particolare della concezione tragica di Aristotele, ossia la necessità, l’ordine, e la centralità dei caratteri umani, sono ben presenti nelle opere storiche greche (non parlando di quelle latine, che occuperebbero cento e cento articoli).

Polibio di Megalopoli (II a.C.), ad esempio, nel proemio del primo libro, sottolinea come la storia romana sia la migliore da trattare ricorrendo a un disegno ordinatore ad opera della Τύχη, che ha disposto le egemonie imperiali con precisa volontà, e facendole poi confluire nel grande impero di Roma. Roma ha poi la migliore tra le costituzioni, prosegue Polibio nel libro VI, e per tal ragione è destinata al potere. Si ricordi inoltre che Polibio entrò di certo a contatto con le idee degli Stoici, dai quali, forse, può aver direttamente ereditato questa familiarità con concetti che paiono riflettere quello del Logos ordinatore. (Non si dimentichi di uno scrittore, Posidonio di Apamea, il quale, oltre a scrivere di storia, era anche uno dei maggiori stoici del tempo.)

Perché dunque non affrontare lo studio della storia come quello di una disciplina che, oltre al rigore scientifico, è permeata, con buona grazia di Aristotele, di raffinata e sublime arte?

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storie e poesie
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