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Emanuele Seretti

Tra Rossini e Boccaccio, ossia dell’amore venale.

6 anni ago written by
Hogarth, Il contratto, National Gallery, Londra.
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Il 3 novembre 1810, al San Moisè di Venezia, il diciottenne Gioachino Rossini metteva in scena un’opera destinata, come tutte le opere del pesarese, a un lungo silenzio: La cambiale di matrimonio, libretto di Gaetano Rossi.

Quasi cinquecento anni prima, nel “mondo possibile” della Firenze preda della peste, i celebri dieci giovani del Decameron si riparavano nel “palagio”, dando inizio a una delle migliori opere della letteratura mondiale, simile, in alcuni tratti, alle opere buffe del diciottesimo secolo.

Due modelli molto distanti, due culture differenti e quasi opposte: da un lato un uomo che, prima delle parole, ha appreso la musica e che, talvolta, firma addirittura le sue lettere con il proprio nome musicato; dall’altro un coltissimo uomo del Trecento, amico dei più grandi intellettuali del tempo, come Petrarca e Leonzio Pilato, che il Bembo eleggerà a modello per la prosa volgare. Cosa, dunque, potrebbe spingere a confrontarli? Non la comicità che pervade entrambi, alternata a tratti tragici e sublimi, né il gusto, pienamente italiano, che li definisce. Questa breve e umile analisi vuol vertere, invece, su un tratto che caratterizza l’opera prima evocata e una novella, forse la più famosa, del certaldese, quella di Federigo degli Alberighi: l’amore venale, che nel denaro si genera e dal denaro è consumato.

Federigo, dunque, e Mr. Slook, il pecuniosus (basso buffo) che firma la cambiale del titolo con Tobia Mill, mercante, con la quale ottiene in garanzia la mano della figlia di Mill, Fannì, innamorata, invece, di un “computista”, Edoardo Milfort. In entrambe le vicende protagonista è il denaro, il denaro che consente (o, meglio, dovrebbe consentire) di raggiungere l’oggetto desiderato. Costoro, tuttavia, non potrebbero vivere l’amore, nonostante la somiglianza del “modello” narrativo”, in maniera differente.

Federigo è il simbolo dell’uomo cortese, inconsolabilmente e ciecamente dedito ai valori del tempo ormai passato, quello del primo Basso Medioevo, costretto, come un Don Quijote ante litteram, a scontrarsi con il mondo che ormai ha “voltato pagina”, dedicandosi ai valori del mercato e delle somme virtù borghesi. La sua educazione si scontra, necessariamente, con lo “Spirito del Tempo” neonato, frustrandolo. Non è casuale l’uso di un termine che acquisterà fortuna con la psicoanalisi, essendo questa novella una delle più analizzate dalla critica psicoanalitica, riservandoci, a ogni osservazione, un nuovo moto di sorpresa: il denaro che Federigo va sperperando senza requie sarebbe la sublimazione del desiderio libidico, al quale non si può dar sfogo, rivolto a opere che dovrebbero essere osservate da madonna Giovanna, ma che a lei non si riferiscono mai, essendo l’ “oggetto rimosso” della sua pulsione erotica. Un denaro che, quindi, si identifica con l’amore stesso, ma sul quale si agisce in maniera opposta, sostituendolo a una diretta dichiarazione d’amore. Né è da trascurare l’elemento della nobiltà, rappresentata dal falcone, che, ucciso, svilisce definitivamente il suo desiderio, gettandolo nella più cupa disperazione.

C’è poi Slook, uomo (oltre che basso) buffo, che entra in scena in maniera assai divertente, con la cavatina Grazie, grazie, allegra, viva e già armonicamente perfetta; ma è con l’aria seguente, Darei per sì bel fondo, che rende manifesta la sua indole, chiamando, exempli gratia, Fannì “fondo”, che risponde in maniera abbastanza precisa alle proposte di Slook, come se stessero mercanteggiando. E di un mercato si tratta veramente se in un’altra aria, sublime, Quell’amabile visino, Slook si rivolge a Edoardo, contrario a questo matrimonio venale, con questi verbi: “Ma questa è una mercanzia/di mia tutta proprietà” (scena ottava). Fannì ed Edoardo parlano una lingua loro, quella degli enfants qui s’aiment, in cui anche il solo dirsi amanti vale più di ogni acquisto; Slook e Tobia, invece, parlano la lingua della mercatura, dove tutto è acquistabile, trattabile, oggetto di acquisto e di vendita. Se Federigo, con il denaro, sublimava la sua logorante passione e “consumando” il denaro tentava di calmare la passione che, invece, “consumava” lui stesso, Slook considera il denaro sia mezzo, sia fine, sia linguaggio umano. E se Boccaccio traccia l’epopea della nobiltà decadente con la prosa, “l’epica della borghesia”, Rossini canta, con il melodramma, lirico e sagace, l’epopea di una borghesia bassa e mutevole.

E proprio nel mutamento sta la pietra di paragone (che, tra l’altro, è il titolo di un’altra opera di Rossini) delle due narrazioni qui analizzate: Federigo abbandona la logorante frustrazione del cortese nel mondo borghese, sposandosi e ponendo fine allo sfrenato spreco di denaro e di passione; Slook “gira la cambiale” a Edoardo, nel rondò finale, e critica in Tobia il tratto che prima era stato suo proprio, ossia una gerarchia dei rapporti umani basata sul denaro: “Voi solo il torto avete […]/Vostra figlia è un capitale/e sforzato e ipotecato.” Perché -paiono insegnarci entrambi- “brillar fa una bell’anima/l’altrui felicità”.

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